Era già Sua la storia. Ora siede sul trono
dell’Eternità. Giacinto
Facchetti ci ha lasciato troppo velocemente per non
confondere, in questi attimi, il dolore e la rabbia, il
senso d’ingiustizia e la preghiera. Ci ha lasciato dopo
aver giocato, con determinazione e stile, l’ultima
partita. Spinto nel campo del dolore da un destino
nascosto, improvviso, bastardo. L’atleta, nella testa e
non solo nel fisico, nella morale e nei riti di una vita
quotidiana all’insegna della lealtà e dello sport, ha
lasciato il posto all’uomo di 64 anni sorpreso, colpito,
ferito, ma non vinto. Ha stretto i denti, ha combattuto
sorretto dall’affetto dei suoi cari, di Massimo Moratti,
di tutta l’Inter e di tutti gli interisti, mai
abbandonato dal campionato infinito di amici che aveva,
che ha, che lascia attoniti, storditi, in Italia e nel
mondo. Oggi ci ha lasciati il diciannovesimo presidente
della storia dell’Inter, il campione nerazzurro e
azzurro indimenticato e indimenticabile, il dirigente
italiano stimatissimo in Fifa e Uefa, il marito, il
padre, il nonno, l’amico.
Oggi ci ha lasciato Giacinto Facchetti, una persona per
bene.
F.C. Internazionale
È successo
tutto in un maledettissimo giorno uguale a tanti altri.
Un giorno senza segnali, senza avvertimenti, un giorno
col cielo al suo posto, e non c’era modo di capire che
un attimo dopo, si sarebbe capovolto. Quanto ci mettono
a dirti che il tempo ti si è ristretto e non hai più
garanzie? Pochissimo.
Per Giacinto Facchetti, quel giorno era stato fino a
quel momento normale. Poi è seguito il silenzio. Lo
chiedeva lui, anzi lo chiedeva quella famiglia così
incredibilmente bella e unita che aveva intorno, con lui
faceva un tutt’uno, erano qualcosa di raro, i Facchetti,
tutti avremmo voluto una piccola parte in una famiglia
così. Adesso, anche a loro, resta questo.
Le
immagini di un ragazzo diventato uomo correndo dietro a
un pallone, e rimane una grande lezione di vita, perché
era un uomo pacato capace di grandi slanci, corretto
fino all’inverosimile, per cui nemico acerrimo di tutte
le slealtà, fortissimo, integro, figlio della provincia
ma abituato a sedersi a qualsiasi tavola.
Era un uomo da re e da operai. Era un amico leggendario.
Era un eroe da romanzo, Arpino lo sapeva bene. Un
romanzo di vita, di classe, di essenzialità.
La prima cosa che faceva dopo le partite, era chiamare
casa, i suoi figli, e Massimo Moratti. Troppe volte,
quando qualcuno scompare, di lui si cercano le solo le
cose buone.Il fatto è che di Giacinto Facchetti puoi
dire solo quelle, che di cose cattive non ne trovi. Le
malattie sono bastarde. Colpiscono a caso, non interessa
se uno è stato buono, cattivo, perfido. Se lascia molto
amore o poco. Giacinto lascia senz’altro molto amore, e
quindi un infinito dolore, dietro di sé. Ma forse è
sempre così. Una cosa è la conseguenza dell’altra.
Vengono in mente tante cose. Quando raccontava di suo
nonno che aveva l’Unità in tasca, e quando invece
parlava del suo oratorio, dove giocava da piccolo.
L’attenzione affettuosa, mai abbandonata, con cui si
riferiva a Helenio Herrera. I diari del Mago li aveva
tenuti lui.
L’amicizia profonda, nata che erano due ragazzi, che lo
ha legato a Massimo Moratti. Fino all’ultimo, uno c’è
stato per l’altro, e l’altro c’era. Credendo in un
miracolo, perchè tutti ci abiamo creduto. Se c’era un
uomo che se lo meritava, quello era Giacinto Facchetti.
Ed era talmente forte, talmente integro, che a volte il
miracolo sembrava arrivare.
La rabbia che lo prendeva quando capiva che ci stavano
fregando, e lo facevano da tanto, troppo tempo.
La fretta con cui si alzava da tavola, negli alberghi,
se c’era una partita in televisione.
La chiarezza con cui inquadrava caratterialmente un
giocatore.
Il suo odio per il fumo, su questo era intransigente.
La gentilezza con cui parlava. La lettera che scrisse
alla sorella di George Best, lo scorso anno, in ricordo
di un campione diversissimo da lui, ma che aveva sempre
stimato.
E la dignità con cui passò oltre la scomparsa della
propria sorella, cancro, anche lei, e invece la felicità
del suo primo giorno da nonno. La fermezza che aveva. I
suoi occhi, così chiari. L’amicizia che dava e che ci si
trovava a dargli. Lunghe ore a parlare, a valutare, a
raccontarsi. Storie di calcio e di vita, giorni buoni e
cattivi, una tale infinità di giorni insieme da pensare
che non sarebbero finiti mai. E poi, mai così. Fino a
quel giorno in cui ci ha chiesto silenzio e tutti
abbiamo obbedito, stando ad aspettare un miracolo.
Quando le cose finiscono, ti chiedi dove vada a finire
tutto questo, se in cielo, in un’altra dimensione o in
niente. Certo, ti resta nel cuore. Ma in questo momento,
per tanti di noi è un cuore spezzato. È andato a pezzi
in un giorno maledettamente uguale a tanti altri. Senza
segnali, senza avvertimenti, col cielo che se ne stava
come sempre al suo posto.
Si è capovolto all’improvviso.
Di Susanna
Wermelinger
IL RICORDO DI JAVIER ZANETTI
Javier
Zanetti "C'è un immenso dolore da parte di tutti noi e
da parte di tutta la famiglia nerazzurra. Giacinto ci
mancherà moltissimo perchè era una persona
straordinaria, un essere umano molto molto buono, in
tutti i sensi. Ha fatto parte e farà sempre parte della
storia dell'Inter. Oggi è un giorno molto triste anche
perchè lui è sempre stato vicino a noi, vicino a tutti.
Ripeto: Giacinto ci mancherà tantissimo
LA CARRIERA
Giacinto
Facchetti nasce a Treviglio, in provincia di Bergamo, il
18 luglio 1942. Inizia a giocare a calcio nella squadra
del suo paese, ma è portato per lo sport in generale,
infatti ottiene buoni risultati anche nei campionati
giovanili di atletica leggera. Già a sedici anni è un
promesso campione del pallone, conteso dall’Atalanta, la
società di Bergamo, e dall’Inter che, alla fine, si
aggiudica il ragazzo dal fisico poderoso e che, in
maglia nerazzurra, diventerà una leggenda.
Facchetti esordisce nel massimo campionato italiano di
calcio il 21 maggio 1961 allo stadio “Olimpico” di Roma:
l’Inter vince 2-0. La domenica dopo, a Milano contro il
Napoli, Facchetti segna il primo dei 59 gol realizzati
con la maglia nerazzurra. E’ Helenio Herrera,
l’allenatore dell’Inter più forte di sempre, dell’Inter
che ha saputo vincere scudetti, Coppe Campioni e Coppe
Intercontinentali, che esalta al massimo le qualità di
Facchetti: terzino sinistro, sa difendere e attaccare, è
talmente bravo in fase offensiva che, alcune volte,
viene schierato persino nel ruolo di attaccante.
Facchetti, da calciatore, nell’Inter vince 4 campionati
italiani, 2 coppe dei Campioni, 2 coppe
Intercontinentali, 1 Coppa Italia. In totale, con la
maglia nerazzurra, disputa 476 partite di campionato.
Straordinaria anche la sua carriera nella Nazionale
italiana: 94 partite, per 70 volte capitano della
squadra azzurra, campione d’Europa nel 1968 e
vice-campione del Mondo nel 1970 in Messico.
Conclusa la carriera da calciatore, Facchetti
intraprende quella da dirigente. Sempre e comunque al
fianco dell’Inter, società per la quale ricopre diverse
cariche: da vice-presidente a “ambasciatore” nel mondo,
da membro del Consiglio d’Amministrazione a direttore
tecnico. Il 30 gennaio 2004 Massimo Moratti gli lascia
la massima carica: Facchetti è il primo calciatore della
storia nerazzurra a essere nominato Presidente. Sotto la
sua gestione l’Inter vince uno scudetto, due edizioni
della Coppa Italia e due della Supercoppa Italiana.
Da sempre considerato un calciatore simbolo del calcio
mondiale, ricopre divese cariche istituzionali anche in
Fifa e Uefa insieme con i grandi campioni che hanno
scritto la storia dello sport.
www.inter.it
IL CALCIO PIANGE
GIACINTO FACCHETTI
Addio bandiera nerazzurra
Lasciate un messaggio di
cordoglio Tutte le foto di
GiacintoFacchetti in un video
Gli audio di Cannavò e
Beccalossi La lettera di Moratti
Giacinto Facchetti era nato
a Treviglio nel '42. Omega
MILANO, 4 settembre 2006 - “Se
ne è andata l’ultima bandiera”:
frase sempre evocativa, spesso
retorica e soprattutto fuori
moda in un calcio business e
senza anima. Ma questa volta
possiamo proprio dire che
l’ultima bandiera ha smesso di
sventolare e, purtroppo, per
sempre. Piange l’Inter, piange
il mondo del calcio, per l’addio
di Giacinto Facchetti, spentosi
a 64 anni dopo una malattia dura
e terribile, quanto veloce nel
strapparlo ai propri affetti.
Giacinto aveva scoperto il male
solo pochi mesi fa: si è spento
oggi all'Istituto dei Tumori di
Milano. Lascia la moglie
Giovanna e quattro figli:
Barbara, Vera, Gianfelice e Luca
(calciatore del Pergocrema in
C2). Muore un mito, muore il
capitano per eccellenza, ma si
sa che i miti sono immortali e
allora sembra di vederlo ancora
lì. Sulla fascia sinistra ad
interpretare per primo il ruolo
di terzino fluidificante; a
guardare la monetina che sanciva
la vittoria italiana
nell’Europeo casalingo del 1968;
stampato per sempre nella
formazione-mantra
Sarti-Burgnich-Facchetti e via
dicendo della Grande Inter di
Helenio Herrera; monumento
azzurro capace di accompagnare
l’Italia attraverso 3 Mondiali
con la folle e storica notte di
Italia-Germania 4-3 a Messico
’70; e alla fine di recitare il
ruolo di presidente nell’Inter
di Massimo Moratti dopo aver
fatto grande i nerazzurri di
papà Angelo.
GLI INIZI Giacinto era nato a
Treviglio, provincia di Bergamo,
il 18 luglio 1942: non ha mai
abbandonato le sue radici
(abitava a Cassano d’Adda)
perché amava vivere nel verde
dove ritrovava l’equilibrio.
Padre ferroviere, madre
casalinga, un fratello e tre
sorelle: ambiente sereno e
pulito, il massimo per crescere
una speranza. Il grande amore
con l’Inter nasce però da uno
“sgarbo”. Facchetti venne
raccomandato a 16 anni da Meazza
per un provino all’Inter, ma
venne scartato dai soloni della
società. Lui si rivolse
all’Atalanta, firmò, ma un
factotum della società milanese
lo convinse a rimanere inattivo
fino a novembre e quindi passare
all’Inter. Era il 1958, l’inizio
della leggenda. Lo spilungone di
Treviglio strappato
all’atletica, lavora sodo:
mattina a scuola, panini al
volo, poi di corsa alla stazione
(accompagnato in bici dal papà),
treno, tram, allenamenti e
ritorno.
LA GLORIA Herrera lo vede e
intuisce la stoffa del campione,
fino a farlo debuttare il 21
maggio 1961 in Roma-Inter 0-2.
La settimana dopo ancora in
campo e partita sbloccata con un
gol in Inter-Napoli 3-0.
Facchetti cresce, supera le
critiche di San Siro per una
stagione opaca e nel 1963 si
laurea campione d’Italia per la
prima volta. E’ l’anno della
conferma perché il 27 marzo
debutta con l’Italia ad
Instanbul con la Turchia (0-1).
Non si sfilerà più la maglia
azzurra: 94 presenze, 70 da
capitano e 3 gol con il trionfo
dell’Europeo 1968 e il titolo di
vice-campioni del mondo nel
1970. Il Mago Herrera lo
trasforma nel primo
terzino-bomber della storia, il
primo terzino fluidificante che
attacca sulla fascia, il punto
di riferimento di sua maestà
Beckenbauer. Nel 1964 perde lo
spareggio scudetto con il
Bologna, ma si rifà con la Coppa
Campioni e Intercontinentale. Il
bis nel 1965 in Europa, nel
Mondo e anche in Italia con il
secondo scudetto. Il 1966 porta
ancora tricolore e la prima
fascia di capitano con l’Italia:
a Milano il 1° novembre nel
successo sull’Urss dopo la
disfatta mondiale con la Corea
del Nord (il ricordo più
doloroso della carriera).
LA FAMIGLIA Le vittorie si
accoppiano con lo stile,
l’eleganza e la serietà. Il
matrimonio con il nerazzurro è
felice e nel 1967 si “affianca”
a quello di vita con l’amata
Giovanna, conosciuta in una
balera di Rivolta d’Adda.
Viaggio di nozze ad Orvieto: lui
in caserma per servizio
militare, lei in una
pensioncina. I quattro figli
coroneranno il sogno d’amore.
Sul campo Giacinto gioca e
vince: il quarto scudetto arriva
nel 1971 e l’ultimo successo è
la Coppa Italia del 1978, quando
la carriera è al termine. Saluta
il campo a 36 anni, il 7 maggio
’78 in Inter-Foggia 2-1 con un
autogol: quasi una beffa del
destino per il terzino goleador
che aveva collezionato 475
partite in serie A con 59 gol
(634 in totale con 75 gol),
tutto con la maglia nerazzurra.
IL PRESIDENTE Dopo una
brevissima parentesi di 9 mesi
da vicepresidente dell’Atalanta
nel 1980 (sempre il
nerazzurro…), Giacinto rientrò
in orbita Inter come dirigente
nel 1985 con Pellegrini. Dieci
anni dopo arriva Massimo
Moratti: il simbolo è sempre al
suo fianco, nel novembre 2001
diventa vicepresidente, soffre
per il 5 maggio e dal gennaio
2004 è la bandiera del club.
Miglior persona non si poteva
trovare come 19° presidente
dell’Inter, miglior carriera
nerazzurra non poteva capitare
al “Cipe”, come lo chiamava il
Mago Herrera dopo che Buffon gli
aveva storpiato il cognome in
“Cipelletti” nel ’60.
L’UOMO Lascia un uomo tutto di
un pezzo: venne definito
“terzino e gentiluomo”. Troppo
poco per un giocatore che chiuse
la carriera con la Nazionale
come capitano non giocatore nel
1978. Poteva ribellarsi ad un
ruolo non suo: invece zero
polemiche, aiutò sempre Bearzot
nel Mondiale argentino e trovò
la “gloria letteraria” nell’eroe
di “Azzurro tenebra”, il romanzo
di Giovanni Arpino, suo grande
amico e padrino di Gianfelice.
Il gigante che da piccolo
sognava di fare il muratore,
perché era felice quando dal
primo piano di una casa in
costruzione poteva tuffarsi su
un mucchio di sabbia, chiudeva
una carriera esemplare (un solo
rosso per un applauso ironico
all’arbitro Vannucchi nel 1975
con San Siro) tra i dolci
ricordi e la consapevolezza di
essere un simbolo del calcio
italiano. Sempre a testa alta,
in campo e fuori, amato dagli
interisti e non solo. Ci
mancherà, sembra retorica, ma
non lo è.
Giacinto
Facchetti nasce a Treviglio (Bergamo) il
18.07.1942. Arriva
al calcio dall'atletica, possedendo infatti
caratteristiche fisiche perfette: altezza, fisico imponente,
classe ed eleganza nei movimenti.
E'
considerato infatti uno dei più bravi ed eleganti terzini
di tutti i tempi. Probabilmente avrebbe
avuto grandi possibilità anche nel
ruolo di attaccante.
Calcisticamente,
Facchetti nasce nella squadra
dell'Atalanta.
Notato dall'Inter,
si
trasferisce a Milano - alla corte del grande
Helenio Herrera - col quale vince tra l'altro
due Coppe Intercontinentali.
Esordisce
in Serie A il 21.05.1961, nella partita
Roma-Inter, vinta dall'Internazionale per 0-2.
Herrera
gli cucì addosso un ruolo nuovo e lui
diventò il primo terzino
"fluidificante".
Oggi il
vicepresidente dell'Inter dice con un pizzico
di orgoglio: "All'estero vedevano un
difensore che attaccava e cominciarono a
studiarmi.
"Terzino alla Faccetti",
dicevano. Faceva piacere".
Il suo esordio in Nazionale avviene
invece il 27-3-63, con l'incontro
Turchia-Italia, conclusosi con la vittoria
italiana per 0-1.
Disputa con la maglia
azzurra ben 94 incontri e in
questo contesto è tra i primatisti,
preceduto come numero di presenze solo da
Maldini e Zoff. In
Azzurro gioca ai Mondiali del '66 in
Inghilterra (terminati purtroppo male per la
Nazionale), negli Europei del '68 (vinti in casa
dall'Italia), nei Mondiali di Messico '70 (dove
arriviamo secondi), negli Europei del '72 (dove
l'Italia esce agli ottavi) e negli sfortunati Mondiali del '74. Dopo quasi
15 anni, l'ultima partita in Nazionale
è quella del 16 Novembre 1977: Inghilterra -
Italia (2-0).
Facchetti
costituisce veramente una svolta per il calcio
italiano. E' stato il primo difensore a
segnare tanti goals senza battere rigori, inventando un modo di giocare rivoluzionario:
un difensore che gioca per segnare, molto
tempo prima di Cabrini e Maldini.
Il
suo fair play è sempre stato
leggendario e certo anche questo lo ha reso
uno dei calciatori italiani più famosi
degli anni '60 e '70.
Il
gol più famoso di Facchetti
è forse quello segnato
nel 1965,
contro il Liverpool, nella semifinale della
Coppa dei Campioni. Il Liverpool aveva vinto
il primo incontro per 3-1, e l'Inter per
entrare in finale doveva vincere 3-0.
Facchetti segnò il terzo e decisivo
gol, con un destro incredibile, battendo il
portiere del Liverpool, Lawrence.
Presenze
e risultati di Giacinto Facchetti in
Nazionale
Data
Gara
Risultato
Gol
16/11/1977
INGHILTERRA
- ITALIA
2
- 0
15/10/1977
ITALIA
- FINLANDIA
6
- 1
8/10/1977
GERMANIA
- ITALIA
2
- 1
8/6/1977
FINLANDIA
- ITALIA
0
- 3
17/11/1976
ITALIA
- INGHILTERRA
2
- 0
16/10/1976
LUSSEMBURGO
- ITALIA
1
- 4
5/6/1976
ITALIA
- ROMANIA
4
- 2
31/5/1976
BRASILE
- ITALIA
4
- 1
28/5/1976
INGHILTERRA
- ITALIA
3
- 2
23/5/1976
USA
- ITALIA
0
- 4
7/4/1976
ITALIA
- PORTOGALLO
3
- 1
22/11/1975
ITALIA
- OLANDA
1
- 0
26/10/1975
POLONIA
- ITALIA
0
- 0
27/9/1975
ITALIA
- FINLANDIA
0
- 0
8/6/1975
URSS
- ITALIA
1
- 0
5/6/1975
FINLANDIA
- ITALIA
0
- 1
19/4/1975
ITALIA
- POLONIA
0
- 0
28/9/1974
JUGOSLAVIA
- ITALIA
1
- 0
23/6/1974
POLONIA
- ITALIA
2
- 1
19/6/1974
ITALIA
- ARGENTINA
1
- 1
15/6/1974
ITALIA
- HAITI
3
- 1
8/6/1974
AUSTRIA
- ITALIA
0
- 0
26/2/1974
ITALIA
- GERMANIA
0
- 0
14/11/1973
INGHILTERRA
- ITALIA
0
- 1
20/10/1973
ITALIA
- SVIZZERA
2
- 0
29/9/1973
ITALIA
- SVEZIA
2
- 0
14/6/1973
ITALIA
- INGHILTERRA
2
- 0
9/6/1973
ITALIA
- BRASILE
2
- 0
31/3/1973
ITALIA
- LUSSEMBURGO
5
- 0
25/2/1973
TURCHIA
- ITALIA
0
- 1
13/5/1972
BELGIO
- ITALIA
2
- 1
29/4/1972
ITALIA
- BELGIO
0
- 0
4/3/1972
GRECIA
- ITALIA
2
- 1
20/11/1971
ITALIA
- AUSTRIA
2
- 2
9/10/1971
ITALIA
- SVEZIA
3
- 0
25/9/1971
ITALIA
- MEXICO
2
- 0
9/6/1971
SVEZIA
- ITALIA
0
- 0
10/5/1971
IRLANDA
(EIRE) - ITALIA
1
- 2
20/2/1971
ITALIA
- SPAGNA
1
- 2
8/12/1970
ITALIA
- IRLANDA (EIRE)
3
- 0
31/10/1970
AUSTRIA
- ITALIA
1
- 2
17/10/1970
SVIZZERA
- ITALIA
1
- 1
21/6/1970
BRASILE
- ITALIA
4
- 1
17/6/1970
ITALIA
- GERMANIA
4
- 3
14/6/1970
ITALIA
- MEXICO
4
- 1
11/6/1970
ITALIA
- ISRAELE
0
- 0
6/6/1970
ITALIA
- URUGUAY
0
- 0
3/6/1970
ITALIA
- SVEZIA
1
- 0
10/5/1970
PORTOGALLO
- ITALIA
1
- 2
21/2/1970
SPAGNA
- ITALIA
2
- 2
22/11/1969
ITALIA
- GERMANIA EST
3
- 0
4/11/1969
ITALIA
- GALLES
4
- 1
24/5/1969
ITALIA
- BULGARIA
0
- 0
29/3/1969
GERMANIA
EST - ITALIA
2
- 2
5/1/1969
MEXICO
- ITALIA
1
- 1
1/1/1969
MEXICO
- ITALIA
2
- 3
23/10/1968
GALLES
- ITALIA
0
- 1
10/6/1968
ITALIA
- JUGOSLAVIA
2
- 0
8/6/1968
ITALIA
- JUGOSLAVIA
1
- 1
5/6/1968
ITALIA
- URSS
0
- 0
20/4/1968
ITALIA
- BULGARIA
2
- 0
6/4/1968
BULGARIA
- ITALIA
3
- 2
23/12/1967
ITALIA
- SVIZZERA
4
- 0
18/11/1967
SVIZZERA
- ITALIA
2
- 2
1/11/1967
ITALIA
- CIPRO
5
- 0
25/6/1967
ROMANIA
- ITALIA
0
- 1
27/3/1967
ITALIA
- PORTOGALLO
1
- 1
22/3/1967
CIPRO
- ITALIA
0
- 2
1
26/11/1966
ITALIA
- ROMANIA
3
- 1
1/11/1966
ITALIA
- URSS
1
- 0
19/7/1966
COREA
DEL NORD - ITALIA
1
- 0
16/7/1966
URSS
- ITALIA
1
- 0
13/7/1966
ITALIA
- CILE
2
- 0
29/6/1966
ITALIA
- MEXICO
5
- 0
22/6/1966
ITALIA
- ARGENTINA
3
- 0
18/6/1966
ITALIA
- AUSTRIA
1
- 0
14/6/1966
ITALIA
- BULGARIA
6
- 1
19/3/1966
FRANCIA
- ITALIA
0
- 0
7/12/1965
ITALIA
- SCOZIA
3
- 0
1
9/11/1965
SCOZIA
- ITALIA
1
- 0
1/11/1965
ITALIA
- POLONIA
6
- 1
27/6/1965
UNGHERIA
- ITALIA
2
- 1
23/6/1965
FINLANDIA
- ITALIA
0
- 2
16/6/1965
SVEZIA
- ITALIA
2
- 2
18/4/1965
POLONIA
- ITALIA
0
- 0
5/12/1964
ITALIA
- DANIMARCA
3
- 1
4/11/1964
ITALIA
- FINLANDIA
6
- 1
1
10/5/1964
SVIZZERA
- ITALIA
1
- 3
11/4/1964
ITALIA
- CECOSLOVACCHIA
0
- 0
10/11/1963
ITALIA
- URSS
1
- 1
13/10/1963
URSS
- ITALIA
2
- 0
9/6/1963
AUSTRIA
- ITALIA
0
- 1
12/5/1963
ITALIA
- BRASILE
3
- 0
27/3/1963
TURCHIA
- ITALIA
0
- 1
Football
tore him away from track, turning him into one of
the greatest sweepers in Italian football.
Discovered in Atalanta's youth team, he had his
international debut in Helenio Herrera's great
Inter, and then played for the National Team for
whom he appeared 94 times.
Lorena
Lathrop racconta la vita del grande terzino
neroazzurro
(da
GOL
CALCIO )
Sono
passati quarant'anni dal giorno in cui Helenio
Herrera, guardando una prova non soddisfacente di un
terzino, disse: "Questo ragazzo sarà una
colonna fondamentale della mia Inter". Lo
spilungone bergamasco, nato il 18 luglio 1942, era
al suo esordio assoluto in serie A, (21 maggio 1961,
Roma-Inter 0-2). Non aveva convinto troppo, ma
quella profezia si rivelò abbastanza
azzeccata, e una volta inserito nel meccanismo
d'orologio che erano i nerazzurri, vide pentirsi i
critici.
Alla
Trevigliese dei suoi esordi Giacinto Facchetti non
era terzino, bensì attaccante, ma una volta
arrivato in nerazzurro il Mago lo piazzò in
difesa. Il dono della sua antica posizione, lo
scatto, era l'arma in più che cercava: un
terzino diventato all'improvviso ala, avanzando alla
porta rivale. Inatteso goleador oltre che forte nei
recuperi, Facchetti si fece un nome prestissimo
nella compagine bauscia ed iscrisse il proprio nome
in tutte le prodezze degli anni d'oro della Grande
Inter.
Senza
paura di sbagliarsi, chiunque poteva dire che per il
laterale sinistro c'era un Prima e un Dopo
Facchetti.
Infatti,
la sua ascesa fu presa in considerazione presto per il nuovo
Commisario Tecnico Edmondo Fabbri, che lo chiama per le qualificazioni
della Coppa Europea di Nazioni il 27 marzo 1963 contro
la Turchia ad Istambul (vince l'Italia per 1-0).
Per il
primo gol deve aspettare 20 mesi, sbloccando il
risultato al primo minuto (!) della gara ad eliminazione con la Finlandia, finita 6-1 per gli
azzurri.
L'annata 1963 é speciale. Con 49 punti, 4 di
vantaggio sulla Juventus - vendicando la
situazione del 1961 - 19 vittorie, 11 pareggi e 4 sconfitte, 56
gol fatti e 20 subiti, l'Inter vince lo scudetto ed
arriva l'anno successivo in CoppaCampioni, trovandosi
di fronte il Real
Madrid e battendolo con due gol di
Mazzola ed uno di Milani.
Dopo batte anche
l'Independiente di Avellaneda in tripla finale (0-1,
2-0, 1-0 a Madrid) ed é il primato
interista ad opporsi alla prima CoppaCampioni milanista: campioni
del mondo. Il terzino bergamasco riceve lodi in tutte
le lingue, ma c'e perplessitá rispetto al suo impiego
in un ruolo difensivo, dove la velocitá viene dosata
in ben altra maniera.
La mobilitá che Fabbri si auspicava dei suoi terzini
in Nazionale, e che Facchetti aveva,
non arrivó, principalmente perché i primi due anni in maglia
azzurra non significarono per lui la
grande svolta che molti si aspettavano, il Club Italia che rinverdirebbe
i fasti con una Nazionale interamente italiana.
Tanto piú che durante il 1965 l'Inter continuava a vincere
ancora, rinnovando il titolo nazionale dopo la Pasqua
di Sangue con il Bologna dell'anno scorso,
continentale contro il Benfica, e mondiale ancora sull'Independiente,
stavolta in doppia finale (3-0, 0-0).
Tre
lunghezze sul Milan, 54 punti, 22 vittorie, 10
pareggi e due sconfitte, 68 gol fatti, 29 subiti,
questi i numeri del campionato. Si ripeterà
di nuovo nel 1966 con 50 gol, 20 vittorie, 10
pareggi e 4 sconfitte, 70 gol fatti e 28 subiti:
s'incorona campione di nuovo.
Nell'Inter c'era un altro fattore negativo, oltre ai
trionfi: la novità della sua posizione lo fa
soffrire una strana dualità con Sandro
Mazzola, se uno dei due non segna, si comincia a
patire la crisi. Come se non bastasse questo
tormentone, i rapporti tra lui e Fabbri si
incrinano.
Scoppia tutto dopo il primo amichevole, già
ottenuti i biglietti per Inghilterra. Uno 0-0 con la
Francia che sollevò le ire dei tifosi proprio
come uno 0-0 a Varsavia undici mesi prima. Era il
momento propizio per far sì che il gruppo
interista - marginato come blocco dalla Nazionale di
Fabbri e sentendosi bacchettato dall'allenatore -
passasse proprio allora al contrattacco. Il CT
sosteneva di non poter trapiantare un modulo senza
il giocatore cardine - Suàrez - e i giocatori
(Corso e Facchetti in primis) si lagnavano delle
scelte del tecnico romagnolo.
"Il vero calcio italiano è quello
dell'Inter e non quello della Nazionale
italiana", apre i fuochi alla stampa francese
un - a dir poco - insoddisfatto Facchetti, che
spiega di non aver realizzato reti, sua specialità
cardine "perchè il signor Fabbri ci
proibisce di andare avanti. Lui vuole solo
pareggiare, e con i soli pareggi non arriveremo da
nessuna parte in Inghilterra".
Profetiche
parole. "Giacinto Magno", come lo chiamò
Brera, ebbe dura vita ai mondiali inglesi,
specialmente di fronte al russo Cislenko, l'ala che
segnò la rete della vittoria dell'Urss, e non
meno contro i coreani. Si macchia così della
caduta sportiva più vergognosa del calcio
italiano, ma anche questa volta risorge. Dopo la
Corea, è fatto capitano a soli 24 anni e
riprende con la solita forza la strada.
Mentre
l'Inter nel 1967 andava incontro a Mantova e falliva
a conquistare una storica tripletta, Facchetti
avanzava verso la gloria mondiale. E se qualcuno
prima dubitava del suo ruolo e parlava di crisi e
della cosiddetta "alimentazione di
guerra", presto dovette ricredersi. La
rivincita giungerà sotto forma della prima e
sin qui unica Coppa Europea delle Nazioni vinta
dall'Italia (1968). Una coppa segnata dall'azzardo,
una semifinale giocata sul lancio della monetina che
Facchetti stesso scelse. Capitano nel bene e nel
male, dunque, è tra i giocatori di rilievo ad
aver giocato in tutte e tre le Nazionali: Giovanile,
B (1 partita ognuna) e naturalmente A.
In Messico, tre anni dopo, sembrava la volta buona
per mettersi in mostra. Smarrito all'inizio come la
maggioranza degli azzurri per altezza, pressione e
caldo, via via il suo gioco andò migliorando,
e anche se la finalissima lo vide con il solito
"animus pugnandi", finì con un 4-1
sfavorevole agli azzurri, ma con l'orgoglio rifatto.
Tra i tantoi della Corea che volevano rivincita,
Facchetti fu uno che agli occhi di tutti cresce e
rinasce.
Anni dopo ricorderà questa altalena: "Mi
volevano condannare all'ergastolo quando ci
sconfisse la Corea ai Mondiali d'Inghilterra, e
quattro anni dopo, quando vincemmo sulla Germania
per 4 a 3 in Messico, raggiungendo la finale con i
brasiliani, la polizia dovette fare un'operazione di
sicurezza per evitare che i tifosi prendessero me e
mia moglie e ci portassero in trionfo. Comunque, fra
i tanti difetti, il calcio è una delle poche
cose che all'estero fanno parlar bene degli
italiani".
La Vecchia Guardia interista chiude il ciclo di
Herrera: vincerà uno scudetto con Invernizzi
nel 1971, ma non sarà mai lo stesso. Giacinto
ammira il Mago oltre ogni limite: la visione e la
competenza del suo allenatore lo esaltano. Ne
diventa amico, ne canta le imprese, resta
affascinato dalla maniera di affacciarsi al gioco
che ha l'argentino - spagnolo - franco - marocchino.
E
Facchetti si avvia alla ripartenza. I Mondiali di
Germania sono il suo canto del cigno: attorno a lui,
all'Inter e nella Nazionale, i compagni di molte
battaglie vanno via oppure si ritirano. E lui resta,
consapevole di poter ancora smentire chi lo
definisce vecchio e finito.
Nella metà degli anni Settanta, Facchetti
chiede a Suàrez - diventato allenatore
dell'Inter - di provare a fargli fare il libero. Lo
spagnolo resta convinto delle qualità del suo
antico compagno: un libero mobile, plastico, un po'
troppo "cavalleresco" per i suoi gusti, ma
infine un grande libero. In questa veste riconquista
il posto di diritto e, incredibilmente, ritorna in
Nazionale per arrivare al suo quarto mondiale.
Qui arriva la tragedia. Giocando per l'Inter
Facchetti s'infortuna e, stringendo i denti, torna,
anche se non in piena forma. Quando Bearzot chiama i
22 per andare in Argentina, in un atto di grande
sincerità sportiva, il capitano gli fa sapere
di non stare nella forma migliore e chiede al
tecnico di scegliere un altro al posto suo. Andò
ugualmente, l'Italia arrivò quarta e per lui
fu la prima volta da dirigente accompagnatore.
Il 16 novembre 1977, con 94 partite da capitano
azzurro, Giacinto Facchetti lascia la Nazionale con
questo record, superato solo da Zoff e Maldini II.
L'addio per l'Inter arriva il 7 maggio 1978,
vincendo 2-1 sul Foggia: neòll'arco della
pulitissima carriera era stato espulso una sola
volta. Fa il dirigente, lascia l'Inter solo per fare
il vicepresidente dell'Atalanta, poi torna al suo
grande amore.
Fa il dirigente accompagnatore, ora rappresenta
l'Inter all'estero. L'ultimo progetto di Helenio
Herrera - farlo diventare l'allenatore dell'Inter
con lui come direttore tecnico - non ebbe fortuna.
Ora Facchetti custodisce gelosamente i taccuini del
Mago allo stesso modo in cui pattugliava l'area.
Guai a pensare che questa sia la sua ultima sosta: a
sessant'anni compiuti Giacinto Facchetti può
ancora battersi e provare che può fare di
tutto. E incominciare a percorrere un'altra strada
vincente.